Provincia di Treviso - Regione Veneto

La pipa di Borso

Dopo gli eventi della Grande Guerra nacque, originata dalla creatività, dalla fantasia e dalle necessità economiche di qualche nostro concittadino, la Pipa di Borso.

Ricavata dal legno di tarpino e di marasca, intagliata  dalle abili mani del "Piparo" nelle dimensioni e nelle forme più diverse, decorata sempre ad intaglio con figure di fiori e di animali delle nostre montagne, se ne trasformò l'uso, per il fumo in quello di oggetto ornamentale.

Quest'arte povera e semplice diventò la principale fonte di sostentamento per molte famiglie di Borso fino agli anni `70, quando l'insediamento di nuove attività produttive più redditizie e l'avvento di nuove tecnologie ne provocarono la graduale scomparsa.

La produzione della Pipa di Borso venne ripresa verso gli anni `80, grazie all'impegno e alla bravura di alcuni artigiani locali che usarono come materiale di lavorazione oltre al legno anche la ceramica.

La Pipa di Borso era quindi destinata al mercato dell'oggettistica e rappresentava un tipico esempio dell'artigianato locale, oltre che espressione di una parte della tradizione, cultura e storia di Borso.

Attualmente, perduta ormai completamente la tradizione, si possono ammirare gli ultimi stupendi esemplari presso il Municipio di Borso del Grappa.

CENNI STORICI
G.B. Lucchese, nel 1935, nel modesto fascicolo “Quaderno n. 3 dei Commentari dell’Agricoltura Trevigiana, piccole Industrie rurali poco note” (Arti Grafiche Longo e Zoppelli) asseriva che tutto aveva avuto inizio per opera di emigranti che, spostandosi in Austria per ragioni di lavoro, erano soliti portare con sé, nella sacca, cannucce e qualche pipa per uso personale. Relativamente al periodo sosteneva: l’epoca precisa non si conosce ma non ci si allontana dal vero asserendo che ebbe origine una sessantina di anni fa … cioè il 1875.

E’ noto che nel XIX secolo il “profumo” del legno di marasca era ancora molto apprezzato dai fumatori per cui i borsati, disponendo del legno, con ingegno, abilità, spirito di sacrificio e un’innata capacità nel commercio, iniziarono la produzione di pipe, innescando quel processo che diede vita alle industrie casalinghe a Borso. Le pipe, inizialmente commercializzate, erano, probabilmente, composte con bocchino in marasca e fornello in cotto del tipo chioggiotto o bassanese. Sebastiano Cavazzon, nel 1859 a Bassano, aveva convertito la sua attività di produttore di cucchi, i noti fischietti, in quella di pipe in terracotta.

Vittor Luigi Paladini (1844-1913), asolano, pubblica, nel 1892, la sua guida “Asolo ed il suo territorio dal Grappa al Montello” e nel capitolo dedicato a Borso puntualizza: ... il territorio è in buona parte montagnoso e i molti pascoli, fanno sì che gli abitanti dedicano la loro opera alla cura di mandre e greggi e alla produzione di latticini … in questo Comune si esercita l’industria delle pipe e dei portasigari di marasca. Ne fabbricano, a domicilio, in gran numero, parecchie famiglie di contadini, poi li spacciano girovagando, o li vendono a grosse partite ai tabaccai di Milano, di Trieste e d’altre città. Non si potrebbe migliorar quest’industria, ritraendo la marasca da paesi, dove alligna spontaneamente assai profumata e dando ai vari articoli un po’ di garbo artistico!

Negli anni successivi, con profitto, furono trovate e ampliate le zone di smercio. Il beneficio che ne derivò, favorì, nel primo Novecento, il graduale passaggio, per alcuni, da industria rurale a impresa artigianale, cioè da contadini a pipai. Lo comprovano i registri parrocchiali dove, negli sponsali degli anni ’20, compare dichiarata per lo sposo la condizione di “lavorante di pipe” o di “fabbricatore di pipe” tant’è che nella “Guida di Treviso e Provincia” del 1926-27, viene riportato uno stringato elenco dei fabbricanti di pipe e, cosa non trascurabile, alla voce “Industrie diverse e piccole industrie”, si indica Borso come unico sito di produzione di pipe e bocchini nel Trevigiano.

Le pipe erano arricchite con l’incisione di splendidi motivi ornamentali, con l’intaglio di figure caratteristiche e con il peculiare uso di perline di vetro. Questi elementi permettono, ora e con una discreta sicurezza, la loro identificazione. Vigeva, purtroppo, la consuetudine di smerciare la mercanzia spesso priva di qualsiasi indicazione sull’origine e, a volte, mistificando l’effettiva zona di produzione, menzionandone di più note, con lo scopo di dare all’oggetto un valore aggiunto. Per questa ragione, le pipe di Borso, presenti in collezioni pubbliche e private, anche di rilievo, difficilmente hanno riscosso o ricevono il giusto riconoscimento. Giuseppe Mazzotti (1907-1981) nel 1965 annota, riferendosi al legno di marasca, in “L’Artigianato nella Marca Trevigiana”: … quasi tutti gli abitanti di Borso ricavano pipe … intagliano in tutti i formati mostruose maschere … vi incastrano due perline bianche al posto degli occhi … e vengono largamente esportate. I malati che si recano a Lourdes possono trovarle come ricordo del luogo.

Nella prima metà del XX secolo i pipai di Borso hanno espresso il massimo dal punto di vista qualitativo e artistico; negli anni 50/60 si raggiunse il culmine della produzione, poi lento ma inesorabile il declino e nel dicembre 2004 l’epilogo, Francesco Fabbian, l’ultimo pipèr, pose fine all’attività.

 
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